EQUIvoci.
Si dice - essere vittima di un equivoco- si ribatte - hai equivocato - per
sottolineare la mancata comprensione tra le persone. Eppure, nonostante la
dubbia fama che circonda la parola, molte e meravigliose cose hanno avuto
origine da un equivoco. Quando John Cage modificò
il suo pianoforte, inserendo tra le corde viti, bulloni e cuoio, l’equivoco
fu immediato. Si credeva che a suonare fosse un’intera orchestra di
percussioni capace, per di più, di far ballare Marce Cunnigham. Si
trattava invece del pianoforte preparato: un solo strumento suonato da una
sola persona.
Volevo che si incontrassero due musicisti considerati lontani, seconda una
lettura che etichetta John Dowland (1536-1626)
come un compositore "elisabettiano" e John
Cage (1912-1992) come uno sperimentatore del novecento. Quindi come
due compositori destinati a non incontrarsi mai, neanche negli scaffali dove
si tengono i cd. Classificazioni sempre attente a limitare le passioni degli
artisti - viventi e no - nei recinti polverosi dei musei. Desideravo far dialogare
questi due uomini, separati da alcuni secoli, dando loro equa
voce. Le loro composizioni si alternano
nell’ascolto. Messi l’uno di fronte all’altro i due compositori
escono dalla propria dimensione storica per parlarsi nel presente dell’esecuzione
e dell’ascolto. Dowland, nelle cui mani
il contrappunto era un espediente per creare labirinti in cui nascondere inquietudini
e pensieri indicibili nel suo tempo, si avvicina a noi con i suoi arditi cromatismi
e le false relazioni. E Cage, il compositore
definito da molti come l’inventore del silenzio, si sottrae alla logica
delle avanguardie, così numerose nel Novecento. La sua ricerca scava
nelle radice più profonda del linguaggio musicale e devia dai suoni
verso i silenzi e i rumori. Una strada che lo avvicina alla primordialità,
alle filosofie e alla musica extraeuropea.
Le mie trascrizioni - in questo caso dal pianoforte e dal liuto - sono una
rilettura filtrata dalla morfologia del nuovo strumento che, nello stesso
tempo, esprime anche il desiderio di violare i limiti insiti nello strumento
stesso. Così, per l’esecuzione di alcuni brani, ho usato mollette,
pezzi di legno e metallo per preparare il suono della chitarra e costringerla
a generare possibili e fertili suoni equivocabili. Le composizioni invitano
l’ascoltatore a farsi parte attiva del processo creativo: tutta la musica
è per me un territorio libero, generata dall’incontro simultaneo
di tre soggetti: compositore, interprete ed ascoltatore. Ogni nuovo incontro
e ogni nuovo ascolto, possono creare un nuovo linguaggio e una nuova musica.
- Maurizio Grandinetti -